Riciclo della plastica: dobbiamo fare molto di più!

Per avere un'idea dell'impatto ambientale generato dalla produzione e dal consumo di oggetti in materiale plastico è sufficiente citare alcuni dati in grado di delineare uno scenario veramente preoccupante: ogni anno finirebbero negli oceani almeno 8 milioni di tonnellate di plastica mentre entro il 2050 le tonnellate di plastica depositate nelle discariche dovrebbero essere circa 12 miliardi; nello stesso anno si prevede che, come risultato dell'ultimo sessantennio durante il quale sono state prodotte 8.3 miliardi di tonnellate di plastica, gli oceani ospiteranno più plastica che esseri viventi.

Se ciò dovesse succedere, e se il Mondo non dovesse adottare in modo molto più deciso politiche finalizzate al riciclo dei materiali plastici, l'ecosistema marino globale verrà irrimediabilmente compromesso perché difficilmente si potrà rimediare ad una situazione di questo genere.

Qualcosa, almeno nelle economie industrialmente più avanzate, è stato fatto. In Italia, ad esempio, da quando è stata approvata la legge 22 del 1997 la raccolta differenziata a livello nazionale è passata dal 9 al 50%.

Sarebbe però ancora troppo poco e, non solo nella Penisola, ci si scontrerebbe con alcuni limiti dovuti ai nostri comportamenti quotidiani e alle metodologie con cui viene trattata la plastica da recuperare. In sostanza, l'industria non sembrerebbe in grado di riciclare ulteriormente una volta superate determinate quote di consumo.

Fortunatamente negli anni investire nel riciclo della plastica è diventato un business sempre più conveniente, basti pensare che appena 3 anni fa' la gestione dei rifiuti muoveva un giro d'affari pari a 303.6 miliardi di dollari che diventeranno plausibilmente 485 entro il prossimo quinquennio.

Si ritorna però al discorso dei limiti, spesso correlati a strategia non abbastanza efficienti: riprendendo il caso della Penisola, comunque uno dei Paesi in cui il sistema che ruota intorno all'economia circolare appare essere più performante, si riuscirebbe ad avviare al riciclo poco più del 40% del packaging in plastica (dati aggiornati al 2017), determinando una quota ancora troppo ampia da indirizzare alle termovalorizzazione e alle discariche.

La penuria di impianti, e un'offerta ancora troppo superiore alla domanda di prodotti da materia prima seconda, farebbero il resto. Fino al 2018 la situazione era resa più sopportabile grazie alle esportazioni verso la Cina, dove veniva indirizzato il 42% dei rifiuti plastici prodotti nel Vecchio Continente, a partire da tale anno Pechino ha però deciso di non accettare più 24 tipologie di rifiuti tra cui anche quelli plastici, un po' in seguito alle polemiche sulle condizioni di lavoro degli addetti e un po' per questioni inerenti la contaminazione delle plastiche importate.

Altri Paesi, come per esempio la Malesia, il Vietnam, la Thailandia e alcune realtà dell'est europeo, hanno preso il posto della Cina, ma si tratta evidentemente di mercati troppo piccoli per sostituire questo gigante asiatico. Contestualmente sono aumentati i costi per il trasporto (con una spesa media di 200 euro per carico) e lo smaltimento (da 80 a 240 euro per tonnellata negli ultimi 5 anni), cosa che ha favorito l'attività di ecomafie del tutto indifferenti alle emergenze ambientali.

L'Apocalisse ambientale è inevitabile? I più pessimisti potrebbero rispondere affermativamente tenendo conto che, a livello globale, verrebbe riciclato soltanto il 15% dei rifiuti prodotti (dati aggiornati al 2017) con 1/4 destinato alla termovalorizzazione e il 60% alle discariche, ma una soluzione è ancora possibile. Questa dovrebbe passare per politiche che premiano non soltanto le quantità recuperate ma soprattutto la loro valorizzazione anche in termini ambientali, per nuove abitudini di consumo, attraverso soluzioni tecnologiche innovative e a regole condivise a livello mondiale.

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